Breviario del Perdono - L'introduzione

Prefazione, di Maria Nicoletta Gaida

Da bambina ho trascorso molte notti insonni, chiedendomi perchè il mondo non fosse giusto, perchè alcuni avessero tutto, anzi ancora più di tutto, e altri meno che niente; perchè esistessero uomini, donne e bambini privi d’istruzione o prospettive; perchè gli veniva calpestata la dignità e negati i diritti umani. Mi domandavo perché dovesse esistere la guerra e perché i leader del mondo non sapessero condividere i loro beni o chiedere scusa, come ci veniva insegnato a casa.

Il più delle volte, mi addormentavo piangendo.

Passarono gli anni, ma le domande restavano le stesse. Poi, arrivò mio figlio, Milo Joseph, e non potevo più limitarmi solo a pensare, dovevo agire – per lui e per tutti gli innocenti, anche per quei bambini che ritroviamo negli occhi impauriti di uomini e donne le cui vite sono afflitte dall’umiliazione e dal conflitto.

Ma c’era un aspetto nuovo nelle ingiustizie su cui meditavo da bambina: sempre di più si uccide, si umilia, si terrorizza nel nome di Dio, non del Dio che ha fermato la mano di Abramo, ma un dio che incoraggia il massacro dei nostri figli, un dio assetato di sangue, il dio della vendetta.

Ritornai col pensiero al mio passato di attrice di teatro nel corso di un’estate in cui mi trovavo nella tragica e contesa regione dell’Istria. Pensai ad Oreste, di come fu perseguitato dalle Erinni per aver ucciso la madre, Clitemnestra, rea dell’assassinio del marito Agamennone, padre d’Oreste. Incapace di comprendere perché le Erinni si accanissero contro di lui, non aveva forse agito nel rispetto dell’arcaica legge della vendetta? Oreste si rivolge ad Atena, dea della saggezza, chiedendole di essere giudicato in modo giusto, non dagli dei ma dagli uomini. Atena crea un Areopago e chiama i saggi di Atene a sedere in un tribunale, presieduto da lei, con Apollo alla difesa, che rappresenta simbolicamente la fine dell’ “occhio per occhio”, la ius talionis delle vecchie divinità, e annuncia l’alba della giustizia umana.

Forse, pensai, il mondo ha bisogno di un nuovo Areopago, composto da esseri umani saggi e autorevoli che sappiano indicare la via per uscire da questo tragico vortice di paura , odio e sangue. Si, ma chi sono i saggi oggi? Chi gli autorevoli? ”Non posso parlare di riconciliazione finché la madre, che ha visto scorrere il sangue di suo figlio sulle strade di Gerusalemme, non avrà perdonato”. Queste parole, pronunciate dalla figlia di un estremista religioso, mi rimasero in mente. Poi arrivò la risposta che cercavo.

I saggi sono uomini e donne che, pur avendo sofferto tragedie inumane, hanno saputo superare l’odio e i richiami della vendetta. Uomini e donne che cercano di comprendere, di perdonare e di riconciliarsi con il nemico. La loro autorevolezza consiste nel fatto che loro stessi, i loro padri, madri, sorelle, fratelli, figli, nonni, parenti vicini e lontani sono stati umiliati, stuprati, torturati, picchiati e uccisi, eppure non si sono arresi all’oscurità che assediava i loro cuori.

Sono questi gli esseri umani ordinari e allo stesso tempo straordinari che devono sedere nell’Areopago, ascoltare le vittime e i carnefici, cercando di lenire le ferite attraverso la dignità, il perdono e la riconciliazione. Sono loro che creano scandalo all’ingordigia, all’ottusità spirituale e all’oppressione che affliggono il mondo, riducendo milioni di esseri umani allo stato di meri oggetti, privati dei mezzi di sostentamento e della dignità. Affiancati da esperti nei diversi aspetti della trasformazione dei conflitti, questi saggi costituiranno il fulcro del Consiglio per la Dignità, il Perdono e la Riconciliazione, un Areopago moderno che propone una nuova forma di giustizia. Un Consiglio che unisce simbolicamente la famiglia umana, mettendosi al servizio dei popoli in conflitto, affinché non siano lasciati soli nella follia dell’odio e dell’ingiustizia; perché si cerchi instancabilmente il rispetto della dignità e il perdono, anche nel cuore delle tenebre; perché si ascoltino le voci dell’equilibro e della luce, anche quando le esortazioni alla punizione e alla vendetta soffocano persino il più remoto desiderio di pace. Perchè i torti storici, l’avidità contemporanea, il deragliamento spirituale e il potere di umiliare, possano essere svelati e affrontati creando lo spazio per la riconciliazione.

Questa è la missione dell’Iniziativa Ara Pacis, che prende il suo nome dall’altare dedicato alla pace, che il Senato di Roma decretò di erigere il 4 luglio del XIII a.C., e che fu inaugurato dall’imperatore Augusto il 30 gennaio del IX a.c. per celebrare la pax romana, il mondo conosciuto conquistato con le armi. Il 21 aprile 2010, nell’anno 2763 ab Urbe condita, il Sindaco di Roma dedica simbolicamente l’altare alla pax nova, un mondo conquistato con la dignità, il perdono e la riconciliazione, uniche garanzie di una pace duratura.

Maria Nicoletta Gaida, Fondatrice e Presidente dell’Iniziativa Ara Pacis.



 

Introduzione, di Jaia Pasquini e Alberto Melloni

La Bibbia racconta che nemmeno il Creatore fu in grado di sopportare il disprezzo dell’altro che era diventata la costituzione di Sodoma: ma che mentre si apprestava a distruggerla Abramo lo fermò aprendo con lui un audace negoziato, perché per riguardo ai pochi giusti che si sarebbero potuti trovare la punizione venisse sospesa: forse cento, forse cinquanta e poi a scendere su numeri sempre più piccoli. Rispetto al contesto di quell’antica sapienza il mondo non sembra poi, così cambiato: né quanto al rispetto dell’altro, né quanto alla capacità che ciascuno ha di somministrare lutti agli altri. Anzi, proprio nel mondo liberatosi dall’incubo atomico fra superpotenze – quello metteva davanti ad persona aveva il pulsante che avrebbe potuto cancellare l’umanità intera – a tutti è stata restituita la possibilità di fare la guerra e di uccidere: come dice Andrea Riccardi in questo ridiventato antico, se a ciascuno è stata data la possibilità di fare la guerra, a ciascuno è stata anche data la possibilità di fare la pace.

È vero: ma tutti vediamo con i nostri occhi che questa possibilità sembra illusoriamente vicina e il vento che la spinge lontano, in un progresso nel quale le macerie continuano ad alzarsi davanti allo sguardo impotente di quell’Angelus Novus le cui ali sono impigliate in attesa di una redenzione, più forte di ogni tentativo. L’elenco delle città dove sono state firmati accordi di pace che hanno aperto stagioni di speranza intensa e fasulla si allunga: lo sfondo di Versailles o di una strada di Parigi, del lago di Ginevra o del prato di Camp David, le sale del Palazzo di Vetro a New York baluginano beffarde dietro sforzi che sono il massimo oggi concesso al dovere proprio delle relazioni internazionali. La speranza di pace che tanti uomini hanno pregato sgranando un rosario di invocazioni diverse, salmodiando parole di alfabeti diversi, trattenendo il fiato davanti a un cielo muto, è stata messa alla prova dalla disillusione e frustrata dal senso di non poter far nulla che ha preso quasi tutti.

Quasi: perché negli ultimi decenni una scelta profondamente radicata in singoli individui e poi diventata patrimonio comune di gruppi non di rado vasti ha fatto sentire il suo peso. La scelta di prendere in mano il rancore di chi ha subito di una ingiustizia enorme, il dolore di un lutto intimo e di accompagnarlo fuori: ci sono stati uomini e donne a volte famosissimi a volte sconosciuti ai più che hanno sottratto alla politica la possibilità di lucrare sulla loro condizione e che si sono posti la domanda di come “sortirne insieme”, avrebbe detto don Milani. L’esperienza sudafricana su verità e riconciliazione è quella che per prima ha imposto all’attenzione del mondo una transizione che non cercava né la giustizia dei vincitori né il ricatto amnistiante dei vinti, ma qualcosa di totalmente nuovo per gli studiosi di politologia, delle relazioni internazionali, della storia e della teologia. Quella esperienza che ha avuto nelle figure di Desmond Tutu e di Nelson Mandela le proprie icone, è stata capace di illuminare una teoria non piccola di esperienze simili che hanno avuto a volte successo, a volte no, ma che portano dentro di sé una carica tale di originalità da rendere diverso lo sguardo sul mondo di ciascuna persona di buona volontà.

Chi, per l’insofferenza debole e insopprimibile verso lo spregio della dignità umana che fa parte dell’imago Dei nell’uomo, volesse sognare di rendere migliore il mondo dovrebbe prima fermarsi, come l’Interlocutore di Abramo, a considerare che forse il mondo è già reso migliore dalla fantasia umanizzante di persone che hanno affrontato un cammino impervio di riconciliazione, di restaurazione della dignità umana, a volte di quello che per comodità chiamiamo “perdono”, ben sapendo che questa categoria così eloquente per alcuni non è adattabile all’esperienza di altri. Gli studi su questi “casi” dicono che qui non siamo in presenza di una esperienza psicoterapeutica, con la quale persone che hanno subito traumi escono dal tunnel del loro dolore attraverso una socializzazione più alta delle atrocità subite. E uno sguardo al lato storico-religioso delle vicende in questione ci dice che, grazie a Dio, ogni esperienza spirituale si presta ad essere ora la causa indiretta o abilitante delle violenze, ora la matrice di uno sforzo umile e titanico per uscire da quelle violenze, non di rado attraverso l’incontro fra fedi diverse o antagoniste.

Queste storie di donne e uomini che hanno fatto “il” passo interpellano certamente la psiche umana, la fede delle creature, ma soprattutto costituiscono una sfida per la politica, ne schiacciano i rumori coi loro silenzi, scrutano con uno sguardo di cui è provata la potenza i palazzi dei re, i loro obsoleti drappeggi, le loro ipocrisie. È possibile che queste esperienze nella loro varietà suggeriscano qualcosa a coloro che per scelta politica (sia essa democratica, dinastica o altri) hanno il compito di governare? La risposta è sì, ed in molte parti del mondo ciò è accaduto ed accade de die in die, come dice un antico inno cristiano. Che possano esserlo nel loro insieme, come una sorta di tesoro comune e “universale”, a disposizione di tutti è una eventualità a servizio della quale nasce questo piccolo libro.

A cento persone qualificate dalla loro esperienza diretta e personale in questo terreno del conflitto e della riconciliazione, del lutto e del perdono, della dignità umana violata e ricostituita, il gruppo dell’Ara pacis intiative promosso da Nicoletta Gaida ha sottoposto quattro domande sul perdono.

  • La prima domanda riguardava lo “sta scritto”: abbiamo chiesto quali tavole e quali parole sulla riconciliazione di una tradizione religiosa o di un impianto interiore profondo che possono essere pronunciate e comprese in un senso universale.
  • La seconda domanda riguardava la “definizione”: abbiamo chiesto quali forme e quale interpretazione della propria vita ha permesso una esperienza di riconciliazione e di perdono.
  • La terza domanda riguardava il “significato”: abbiamo chiesto di guardare lontano da sé, cercando nell’altrove della stessa famiglia umana quella vicenda che era sembrata più carica di significati generali e universali.
  • La quarta riguardava il “tu”: abbiamo chiesto come e quando il perdono come paradigma era sembrato un modo adeguato di affrontare la propria situazione.
Non si trattava dunque di un sondaggio, ma di una occasione di dialogo a distanza, propedeutico all’incontro fra i novantaquattro che hanno risposto alle domande: prima di chiedere loro di compiere dei passi comuni – l’adesione ad un “security council” sul perdono con sede all’Ara pacis, l’impegno a fare proposte sui teatri dei più irresolubili dei conflitti, quelli nei quali non si scontrano sue torti o un torto e una ragione, ma due ragioni – questo dialogo per interposta domanda è uno strumento e un segno di amicizia. La sequenza delle risposte fornite da questi testimoni interpellati sono disponibili nella loro integralità: qui se ne presenta una antologia più agile: un breviario nel quale, facendo parlare sui temi risultati prevalenti il materiale raccolto, Jaia Pasquini ha ordinato le risposte giunte per mostrare il ritorno di alcune idee, le peculiarità di ciascuno, il peso del tempo e delle circostanze: la città di Roma, che vuol fare dell’Ara pacis il perno dell’impegno di dialogo al quale le pagine più belle e le pagine più tragiche della sua storia l’hanno chiamata, e ovunque i lettori di queste pagine, avranno dal canto loro la possibilità di attraversare le vite di questi personaggi, le cui biografie brevi curate da Matteo Landricina, Georgia Kaufmann e Megan Hallahan chiudono il volume, e di cogliere la fiammella dell’umanizzazione dell’uomo che rischiara il buio del tempo.

Jaia Pasquini, Fondazione per le scienze religiose - Bologna

Alberto Melloni, Cattedra UNESCO per il pluralismo religioso e la pace - Bologna


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