L’Iniziativa Ara Pacis è un’organizzazione della società civile che ha lo scopo di promuovere la dimensione umana della pace nel mondo. Come scritto nella sua Dichiarazione di principi, essa mira a “a fornire assistenza a governi, istituzioni e comunità attraverso contributi di natura etica, morale, culturale e pedagogica, in modo da assicurare che il rispetto, la comprensione e il dialogo siano parti integrali di tutti i processi di pace.” Cosa si intende per “dimensione umana della pace”? Si intende quel livello rappresentato dai bisogni, dall’integrità, dal dolore e dalle aspirazioni di tutte le persone, che è quello più colpito dalle tragedie dei conflitti armati, e che così spesso viene trascurato durante i negoziati di pace, anche quando essi hanno successo nel porre fine a delle ostilità.
L’Iniziativa Ara Pacis identifica nella violenza, soprattutto nella sua forma armata e organizzata, uno dei mali assoluti che affliggono il genere umano, e crede fermamente nella facoltà di strumenti quali ad esempio il dialogo, l’ascolto, la diplomazia dal basso, le Commissioni per la Verità e la Riconciliazione, la giustizia riparativa, o le arti, l’informazione e la cultura, di ottenere dei risultati importantissimi nel raggiungimento di una pace giusta anche in situazioni di conflitto violento, aperto o minacciato.
L’Iniziativa Ara Pacis non vuole promuovere un pacifismo assoluto ed incondizionato. Essa si rispecchia, e non potrebbe essere altrimenti, nello spirito e nella lettera della Costituzione italiana, in cui i padri fondatori della Repubblica seppero coniugare le esigenze di difesa di uno stato moderno con la natura democratica dell’ordinamento statale e con la fondamentale necessità di assicurare al paese, dopo tanti lutti e sofferenze, una pace stabile e giusta. Consapevoli delle responsabilità dell’Italia nelle guerre di aggressione del nazifascismo e nello scoppio del secondo conflitto mondiale, i costituenti inserirono tra i principi fondamentali della Repubblica ben due elementi di garanzia, per fare in modo che tali tragedie non si potessero più ripetere: l’articolo 10 e l’articolo 11.
Il primo stabilisce che “l'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.” Il secondo, che “l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (...). Queste due norme fondamentali, che impediscono che l’Italia possa legalmente partecipare ad una guerra di aggressione o a una azione contraria ai principi fondamentali del diritto internazionale consuetudinario, si combinano con il testo del successivo articolo 52, in cui si stabilisce che “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.” Dovere di difesa che, in caso di necessità, viene compiuto in forma militare ad opera della Forze armate, ovvero, come riconosciuto dalla legge che istituiva il servizio civile sostitutivo al servizio militare obbligatorio, in forma nonviolenta e disarmata. In questo modo, per citare le parole pronunciate dal Presidente Napolitano durante le celebrazioni per il 90° anniversario della fine della Grande Guerra, con l’avvento della Repubblica si “è sancita una cultura della pace, di cui è parte l’attaccamento alla Patria e il dovere di difenderla, e di cui è parte anche il nostro sostegno alle organizzazioni internazionali deputate a garantire pace e giustizia nel mondo”.
Il medesimo spirito di equilibrio infatti anima anche la Carta delle Nazioni Unite, voluta dalle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale per evitare al mondo nuovi disastrosi scontri. L’articolo 33 del capitolo VI stabilisce che le parti di un conflitto “la cui continuazione possa mettere a rischio il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali” devono innanzitutto cercare di risolvere tale conflitto in maniera pacifica, con strumenti quali “il negoziato, l’inchiesta, la conciliazione, l’arbitrato, l’accordo legale” e così via. Solamente dopo, qualora le parti in conflitto non siano riuscite o non abbiano voluto porre fine al dissidio in maniera pacifica, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, avendo determinato ufficialmente l’esistenza di una minaccia alla pace e alla sicurezza, e dopo avere espresso esortazioni alle parti, può decidere in base a quanto stabilito dal capitolo VII della Carta, di imporre delle misure coercitive e vincolanti per tutti gli stati al fine di contrastare la minaccia. Misure che si intendono non militari innanzitutto, come le sanzioni (art. 41) ovvero, estrema ratio, anche di natura militare (art. 42), fermo restando il diritto di ogni stato a difendersi da solo o collettivamente in caso di aggressione (art. 51), secondo quanto previsto dal diritto internazionale, fino a quando l’intervento del Consiglio di Sicurezza non sia entrato in forza.
Noi promotori dell’Iniziativa Ara Pacis siamo in definitiva convinti che l’uso di ogni tipo di violenza, fisica, psicologica o strutturale, reale o minacciata, in qualsiasi contesto o con qualsiasi finalità ciò avvenga, rappresenti comunque una sconfitta per il genere umano. Scopo dell’Iniziativa è di combattere la diffusione della violenza e di guarire gli effetti nefasti che essa ha sulle persone, facendo appello anche alla loro capacità di perdonare, di chiedere perdono e di riconciliarsi. Siamo tuttavia consapevoli che la strada per liberare l’umanità dal flagello della guerra e della violenza è ancora molto lunga e molto difficile, e che in questo mondo imperfetto l’uso controllato della forza, in mancanza di alternative efficaci, può rendersi a volte necessario, in accordo con le norme del diritto vigente, per autodifesa o per evitare la degenerazione di situazioni pericolose.
La nostra missione, che condividiamo con molte altre organizzazioni ed istituzioni, è quella di lavorare per rafforzare le capacità della società civile e dei soggetti governativi di risolvere i propri problemi senza fare ricorso ad alcun tipo di violenza, di modo che progressivamente l’uso della forza, anche se in forme giuridicamente legittime, non debba più rendersi necessario. Come dice Donald W. Shriver, Membro del Consiglio per la Dignità, il Perdono, la Giustizia e la Riconciliazione: “il perdono non deve per forza basarsi sul pacifismo, ma certamente implica la speranza che una nuova, pacifica società è possibile.”
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