Hatidza Mehmedovic nasce a Suceska, in Bosnia-Erzegovina (Jugoslavia) nel 1952.
Lei e i suoi familiari fuggirono nel 1992 dal loro villaggio incendiato alla città più vicina – Srebrenica – durante la guerra in Bosnia-Erzegovina. Lì trovano oltre quarantamila rifugiati in condizioni molto precarie. La signora Mehmedovic che era diventata un simbolo della resistenza, guida un gruppo di donne e bambini e strappa dal comandante Philippe Morillon delle Nazioni Unite (Onu) una promessa di protezione: Srebrenica viene dichiarata “zona di sicurezza protetta dall’Onu”. Tuttavia, nel luglio 1995, Srebrenica vive la più grande uccisione di massa in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale.
Insieme a marito e figli e ad altre trentamila persone, la sig.ra Mehmedovic tenta di mettersi al sicuro in una vicina base dell’Onu. Trascorre con la famiglia tre giorni e tre notti all’aperto. Il 13 luglio, i serbi separano gli uomini dalle donne. Ancora oggi, la Mehmedovic non sa che destino abbiano avuto suo marito, i suoi figli e altri parenti di sesso maschile. Tornata a Srebrenica, fonda un gruppo chiamato “Madri di Srebrenica”, donne che hanno perso i loro cari ma che trovano la forza e il coraggio di tornare a vivere nel luogo che sono state costrette a lasciare.
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